Servizio sociale professionale e migrazioni forzate: prime riflessioni su un’indagine nazionale

Servizio sociale professionale e migrazioni forzate: prime riflessioni su un’indagine nazionale

Servizio sociale professionale e migrazioni forzate: prime riflessioni su un’indagine nazionale

In occasione della IX Conferenza ESPAnet ItaliaModelli di welfare e modelli di capitalismo. Le sfide per lo sviluppo socio-economico in Italia e in Europa” tenutasi a Macerata, dal 2 al 24 settembre 2016, Fondazione FIRSS-Formazione, Intervento e Ricerca per il Servizio Sociale ha offerto il suo contributo di ricerca con l’intervento “Il servizio sociale professionale al cospetto dell’utenza migrante: questioni organizzative, metodologiche e di prospettiva” di Patrizia Marzo, assistente sociale e antropologa.

Per troppo tempo nel nostro Paese le migrazioni sono state ostaggio di opportunismi demagogici, di ideologie populiste e di interessi particolari, anziché essere poste al centro di un dibattito tecnico-politico sereno, serio, approfondito e costruttivo.
Ancora oggi questo stato di cose non è molto cambiato. Una situazione che non è più oggettivamente tollerabile, in primis a causa dell’imperativo umano, morale e giuridico di porre fine alle inaccettabili stragi di persone migranti.
Il “modello italiano implicito di integrazione” che oscilla fra lacune politiche e spontaneismo locale, proposto dalla call, è sostanzialmente dimostrato anche dalla recente ricerca promossa e condotta dalla Fondazione FIRSS sul tema “Servizio Sociale Professionale e immigrazioni”, di cui si riportano i principali contenuti.

Le ipotesi della nostra ricerca:

  • 1. L’immigrazione è stata per troppo tempo un fenomeno sottovalutato dalle politiche nazionali. Ancora oggi, anche il Servizio sociale professionale lo percepisce come “periferico” rispetto ai settori “classici” di intervento (come il materno – infantile, la disabilità, la povertà, ecc.).
  • 2. Spesso la mancanza, le lacune, la confusione nelle direttive “dall’alto” spingono i colleghi delle realtà locali ad adottare interventi e prassi diversificate ed estemporanee. Ciò comporta una disomogeneità nelle risposte sul territorio nazionale.
  • 3. Siamo testimoni privilegiati dell’inadeguatezza dei sistemi di accoglienza rispetto alle attuali esigenze.
  • 4. Le altre professioni si stanno ritagliando uno spazio definito all’interno del settore di intervento dell’immigrazione (ad es.: l’avvocato si occupa dei permessi di soggiorno, lo psicologo della mediazione culturale, il medico della salute, ecc.). Il lavoro svolto dall’assistente sociale, invece, non è ancora ben riconosciuto nel settore.
  • 5. La nostra formazione non è ancora adeguata rispetto agli interventi in materia di immigrazione.